Kasumbalesa: intervista al vescovo Ruvezi

Nella Repubblica Democratica del Congo sta sorgendo un ospedale attento alla maternità

6 dicembre 2018

Gaston Ruvezi, vescovo salesiano della Diocesi di Sakania-Kipushi, situata nel sud della Repubblica Democratica del Congo, sta portando avanti assieme alla Fondazione Opera Don Bosco Onlus un progetto per rendere operativi, attraverso la fornitura degli arredi e della strumentazione tecnica necessaria, il blocco ostetrico-ginecologico e di primo soccorso dell’ospedale di Kasumbalesa, in parte già sostenuto grazie al generoso contributo di un benefattore di Livigno. Questa è una priorità essenziale per evitare che le mamme e i nascituri perdano la vita dopo il parto.

Da Congolese, come vede la situazione socio-politico-economica del suo Paese?

Qui da noi, in Congo, come avviene immagino in quasi tutti i paesi africani, tutto viene politicizzato: l’economia, il sociale, la vita della gente. Siamo vivendo in un periodo pre-elettorale: le elezioni del presidente e dei parlamentari sono previste il 23 dicembre di quest’anno. Se il fatto che il presidente Joseph Kabila non si ricandidi per un terzo mandato ha placato la tensione nella popolazione, il modo di votare costituisce ancora un ostacolo per delle elezioni libere e trasparenti: non si ha fiducia in quella machine à voter, la macchina per votare o “la stampante”, come la chiama qualcuno. Come farà mia madre, che non sa neanche come funziona un telefonino, a votare?
Economicamente, il presidente Kabila ha firmato l’altro ieri un nuovo codice sulle miniere che entra in vigore entro quest’anno. Questo comporta un cambiamento molto importante nella gestione del settore: mentre finora le multinazionali si prendevano tutto, ora, per legge, dovranno lasciare il 10% ripartito tra lo Stato e la località. Alla 3a Conferenza nazionale sulle miniere tenutasi a Kolwezi il 12 settembre, il presidente ha ribadito che le risorse del Congo non devono dare profitto ai soli investitori, ma anche e soprattutto alla popolazione congolese, e contribuire all’ammodernamento delle infrastrutture del Paese. Noi qui a Kasumbalesa vediamo tutti i giorni dei tir carichi di minerali estratti dalle multinazionali e dai cinesi, che escono dal Congo verso i paesi consumatori, ma la gente respira e mangia solo polvere e la popolazione di questa zona è sempre più povera. Ciò che succede a Kasumbalesa accade anche altrove: si ha difficoltà per mangiare, per mandare i figli a scuola, per farsi curare; la disoccupazione giovanile è quasi totale, la mancanza di lavoro fa sì che la gente si rifugi nelle sette religiose: solo a Kasumbalesa ne contiamo centodue!

Può descriverci in breve la realtà della Diocesi di Sakania-Kipushi? In che zona del Congo si trova, quali attività segue e con quali grandi problemi si deve misurare quotidianamente?

La Diocesi di Sakania-Kipushi è lo “stivale” del Congo: si trova nella parte più meridionale del Paese, confina con lo Zambia e misura 40.000 km2. È una zona soprattutto agricola, con molta campagna. Comprende anche tre zone di sfruttamento minerario. Ha ventotto sacerdoti diocesani e altrettanti religiosi, sei congregazioni femminili, trentotto seminaristi e sessanta catechisti. La mia attività principale è accompagnare i sacerdoti: sono giovani (il più vecchio di loro ha sessant’anni, gli altri la metà) e, con l’entusiasmo che li spinge a fare, a volte sbagliano. Quotidianamente, alla porta viene sempre qualcuno che chiede aiuto di ogni genere (un aiuto finanziario per un viaggio, per la moglie che ha partorito, per studiare, per trovare un lavoro, per andare in ospedale); è come un’agenzia tuttofare, insomma. Il 90% chiede un’assistenza economica. “Non sono mica una banca”, avevo pensato di rispondere una volta che ero stanco; ma poi un giorno una signora, che mi aveva visto preoccupato, mi aveva detto: “Lei deve solo ascoltare, la qualità dell’ascolto è già una risposta, anche se non ha soluzioni pratiche o operative da darci”. La Chiesa ha sostituito lo Stato nel campo sociale, ma fino a quando durerà questa situazione? Ce lo chiediamo con tutto il clero della nostra diocesi.

Perché ha voluto costruire un ospedale a Kasumbalesa, dando priorità al reparto di ostetricia e primo soccorso-poliambulatorio?

Perché, anche se tutti i settori falliscono, la maternità no! Non si ferma mai, neanche culturalmente e, per noi, salvare la vita dei neonati è molto importante. Sappiate che al giorno d’oggi i nostri medici locali trattano l’ostetricia con i metodi di venticinque anni fa, con tutte le conseguenze, cioè la perdita di tante vite umane e dei nascituri. Potete quindi immaginare le conseguenze. Si muore più di malaria per ignoranza e per mancanza di laboratori di analisi fidati, quando con un test rapido si può diagnosticare e ci si può curare subito; cosi anche per l’AIDS. Ecco perché diamo priorità al reparto di ostetricia e primo soccorso-poliamburatorio. Grazie al generoso contributo di una famiglia livignasca, possiamo dare inizio a questa importantissima opera.

Ci racconta un episodio legato alla situazione delle neo-mamme e della maternità a rischio nel suo Paese?

Le neo-mamme hanno dai dodici ai quindici anni e non sanno neanche come tenere in braccio il loro bimbo, neanche come pulirlo! Un giorno, dei genitori giovanissimi avevano portato un neonato moribondo in macchina in una clinica a trenta chilometri sulle strade piene di buche. In ospedale, dopo averlo lavato, il neonato è migliorato e in poco tempo è tornato in forma. Qualche giorno più tardi i genitori mi hanno portato una gallina per ringraziare Dio.

Monsignore, in conclusione, cosa vuol dire ai nostri benefattori?

Cari benefattori, cari amici, solo il Signore vede la grandezza del vostro gesto e sa come ricompensarvi giustamente. Grazie dell’aiuto che potete offrire per comprare l’arredamento e la strumentazione del nostro ospedale. Non stancatevi mai, ogni piccolo gesto salva delle vite! Che Dio vi benedica a piene mani!